NICOLETTA FRETI

Installazioni, fotografia, luce
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​Da trent'anni la mia ricerca artistica si concentra sull’esigenza di spostare il velo, interrogare la luce e dare una forma a ciò che abita sotto la superficie delle cose. E’ un’indagine che si muove al crocevia tra arti visive, psicologia della percezione e dinamiche del profondo.
Il mio percorso inizia agendo sulla fisicità della materia. Sono partita dalla carta: usavo il foglio come fosse un corpo, una pelle da graffiare, impregnare d’olio o segnare con il fuoco. In quel periodo ho colto l’importanza della luce. Mi serviva per forzare la superficie, la mettevo dietro al foglio o di taglio perché volevo che rivelasse quello che c'era dentro: l'anima nascosta dell’immagine.
Questa indagine mi ha portata a utilizzare il controluce e l'ottica come sonde conoscitive. Attraverso la fotografia, ho forzato testi cardine della nostra cultura a rivelare il proprio corpo, fondendo il fronte e il verso della pagina per far affiorare frammenti isolati di discorso, simili alle tracce che i sogni lasciano nella veglia.
La mia ricerca non è rimasta confinata nello spazio bidimensionale. E’ uscita all'aperto, nei boschi, in mezzo alle persone. Sono nate le amache di fibre ottiche tese nel bosco di notte, i progetti sui sogni e le installazioni in cui chiedevo al pubblico di dare una forma fisica ai ricordi, al rancore, al perdono.
Negli ultimi anni, le opere hanno affrontato la malattia neurologica materna e la progressiva cancellazione della memoria. Ho ingaggiato una battaglia persa contro l'impossibilità di rappresentare la coscienza. Cercando lo spazio di risonanza profonda dove il linguaggio verbale si è spento, ho indagato il silenzio e il pensiero sorgivo, quel lampo intuitivo e instabile che precede la parola.
Lavorando alle scatole di silenzio, ho sentito che quel lembo non va strappato. Va protetto. Se all’inizio con il mio lavoro cercavo di cogliere qualcosa, di strappare un pezzetto di velo per guardare una verità – i miei lavori, oggi, non forzano a mettere a nudo il mistero: lo proteggono, come custodi dell’invisibile.
Parafrasando il titolo di un libro di psicoanalisi, per me fare arte oggi significa "impensare il pensabile". Significa fare un movimento inverso: tornare indietro, andare alla fonte, alla percezione primaria, a quel momento esatto in cui nasce il pensiero, già insight, non ancora parola.
